La periferia è la periferia è la periferia

Perif è il titolo del minidocumentario su Neima Ezza, rapper milanese, e anche di una delle sue canzoni di maggior successo. Un testo e un video che parlano soprattutto di San Siro, una periferia grande e molto disomogenea, attraversata da vasti vuoti e punteggiata da zone di grande povertà e altre di grande ricchezza, al centro di grandi progetti di stravolgimento (o valorizzazione) immobiliare.

A metà aprile del 2021 Neima Ezza si è reso protagonista di un evento piuttosto notevole sul piano simbolico: la prima, piccola, rivolta urbana dopo un anno di emergenza pandemica in cui la popolazione milanese, come quella di mezzo mondo, ha subito passivamente molte limitazioni alla propria libertà per mezzo di misure contraddittorie e spesso irrazionali. Non è la dinamica, assai semplice, a colpire l’attenzione: più di un centinaio di ragazzi assembrati per girare un nuovo video di Neima in un momento proibitissimo, in zona rossa, il susseguente spiegamento di forze dell’ordine e la guerriglia, dalle conseguenze fortunatamente non troppo devastanti. La cosa interessante è che la chiave del conflitto sembra appartenere all’ordine linguistico. Neima Ezza, ossessivo come un eroe tragico, appare dominato dalla necessità di nominare la periferia, di rappresentarla, al punto di sfidare le leggi per affermare questo diritto. La città in cui vive e il governo che la rappresenta ha invece deciso di censurarne l’esistenza, di cancellarne il nome: da mesi a Milano non esistono le “periferie”, parola che esprime la gerarchia tra aree della città e mostra le diseguaglianze, ma i “quartieri”. Nella neolingua di Sala, sempre più affinata dal clima preelettorale, le parole sono strumenti importantissimi per nascondere le contraddizioni più evidenti, lo shock del reale. Utilizzando il più classico stile di ragionamento culturalista, il sindaco sostiene che per cambiare lo stigma della periferia, il disagio che provano i suoi abitanti, bisogna evitare la parola infame: ma, come dice Walter Siti, «è la struttura, ossia quello che è alla base di una società, che determina quello che sta sopra, ovvero le parole e l’ideologia. Perciò, cambiare il nome di una cosa non muta affatto la realtà che la parola nomina».

Ma come mai un conflitto di questo genere avviene proprio a Milano? In fondo, in confronto ad altre città, attraversare le periferie milanesi è un’esperienza molto più piacevole. Naturalmente dipende da quali punti e settori si attraversano, ma è innegabile che, visto nel suo complesso, il territorio periferico è pieno di qualità. È qui che si trovano alcuni dei parchi più belli, grandi e ben tenuti di Milano: Parco Nord, Parco Lambro, Parco Forlanini, Parco della Vettabbia, Parco delle Cave, Parco di Trenno, Bosco in città, parco del Monte Stella sono solo i più estesi tra le decine di parchi visitabili, diversi per tipologia di paesaggio e di vegetazione e per le attrezzature e le cascine che si trovano al loro interno. QT8, Harar, quartiere Feltre, Gallaratese e molti altri sono tra i più importanti quartieri progettati nella storia novecentesca, per non parlare delle chiese e degli edifici pubblici costruiti tra gli anni 50 e 70 in ogni canto della città. Ma al di là di queste “eccellenze”, il tratto che connota la periferia milanese è che il tessuto urbano, anche quello più anonimo, meno pregiato, è civile, interessante, articolato per gran parte della sua estensione. Piuttosto ben collegato dalla rete di trasporti pubblici, è più o meno vivo, più o meno armonico, ma raramente appare colpito da abbandono totale o violenza strutturale.

Milano, Parco delle Cave e in prospettiva San Siro

Ma se si passa dalla modalità turistico-voyeuristica, tesa a captare gli epifenomeni, all’analisi delle politiche urbane e della compattezza del tessuto sociale, lo scenario cambia parecchio, la violenza emerge. La geografia del voto elettorale a Milano in tutte le ultime consultazioni è una delle più polarizzate d’Italia: il centro e la periferia votano blocchi radicalmente distinti. Non è questo il luogo per analizzarne tutte le cause sociali e culturali, però è utile qui domandarsi quanto abbiano influito le politiche urbanistiche, che comprendono tra le altre cose le politiche per la casa.

Da un certo punto in poi si è smesso di pensare alle periferie come a un tessuto organico da manutenere e innervare di funzioni, e lo si è suddiviso in pieni e vuoti. Le aree ex-industriali sono diventate agli occhi degli amministratori opportunità per attrarre investimenti immobiliari di grande portata, mentre quelle abitate sono apparse come una zavorra da mantenere con il minimo possibile della spesa o, nei casi più pittoreschi, da “rigenerare” per mezzo della gentrificazione.

Il nuovo millennio è partito con la seconda fase della Bicocca, il progetto Porta Nuova, Citylife, Santa Giulia, Sesto San Giovanni, Porta Vittoria, Portello, Cerba e l’Expo a Rho.

Operazioni che sommate riguardano milioni di metri quadrati di suolo, e che hanno attratto le banche internazionali, Deutsche Bank, Merril Lynch, BNP Paribas, UBS, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs: nomi per lo più indissociabili dalla grande crisi economica mondiale che hanno provocato nel 2007-2008, originata negli Stati Uniti dal settore immobiliare finanziarizzato.

La crisi ha colpito anche Milano, anche se questo capitolo è stato rimosso dalla storia. Tutti i grandi cantieri hanno rallentato, sono entrati nell’incertezza, compresi Garibaldi Porta Nuova e Citylife, e molti sono falliti: Santa Giulia, bloccata sul nascere, è diventata l’inferno per quei pochi che avevano comprato e si sono trovati ad abitare in un deserto tra gli svincoli e i tossici di Rogoredo, senza servizi. Porta Vittoria ha visto nascere solo orrendi palazzoni, il Cerba non ha mai visto la luce, Sesto è implosa nella corruzione del sistema Penati. I soldi pubblici calati su Milano per l’Expo hanno salvato i grattacieli iconici del centro e le operazioni localizzate a ovest: Portello e poi Cascina Merlata, sede del villaggio Expo.

Il lustro successivo, quello del trionfo del modello Milano e di un insperato successo turistico, ha concentrato ricchezze e fama nel centro, mentre le periferie e i loro abitanti, respinti sempre più all’esterno dai valori immobiliari, sono rimasti esclusi sia da un pensiero progettuale che li riguardasse sia da una cura adeguata del patrimonio dell’edilizia popolare.

La politica urbanistica scelta dall’amministrazione per le periferie è, di nuovo, il tentativo di rilanciare i grandi investimenti sulle aree esterne. Un tentativo non semplice, del resto, persino per l’area dell’ex Expo (uno dei pochi grandi eventi mondiali senza legacy) con la sua infelice localizzazione tra il cimitero, l’autostrada, il carcere e la Fiera. Per valorizzare il progetto MIND di Carlo Ratti (una massa di palazzoni spacciati per Smart City dedicata alla ricerca) e la dirimpettaia Cascina Merlata, il Comune ha pensato di spostare le facoltà scientifiche della Statale da Città Studi, utilizzando studenti e ricercatori come asset.

Cascina Merlata @Filippo Romano

Per fare ripartire l’area ex-Falck di Sesto San Giovanni, invece, si mobilitano le facoltà di medicina in vista della Città della Salute, ed è tornato in pista Norman Foster, con un progetto che ricombina gli elementi della vecchia Santa Giulia. A Rogoredo-Santa Giulia, che non è precipitato nel baratro forse solo grazie alla presenza degli uffici Sky, si è tentato di piazzare il famoso nuovo Stadio, poi attrezzature olimpioniche, ma ancora non decolla. A San Siro Trotto, Ronchetto del Naviglio e Porto di Mare si offre la possibilità di costruire grandi centri commerciali (mentre nel resto del mondo il loro declino è accertato). Pur di accontentare le società di Inter e Milan, il sindaco è disposto a sacrificare il monumentale stadio Meazza. E per avviare lo sviluppo degli Scali ferroviari, in parte semicentrali e in parte periferici, sono stati accordati indici di edificabilità pazzeschi e una spropositata flessibilità di progetto.

In che modo questa totale resa alla rendita immobiliare ricade sugli abitanti delle periferie? Si può correttamente tradurre in più verde, più lavoro e più case per tutti, come viene comunicato dagli enti pubblici e dalle società immobiliari?

Sul fronte delle abitazioni, la tipologia prevalente sono appartamenti di lusso, a cui viene affiancata una quota abbastanza alta di “social housing” e una quasi inesistente di edilizia popolare. “Social housing”, però, è una categoria indefinita e ambivalente: comprende edilizia convenzionata in vendita a prezzi appena inferiori al prezzo di mercato, studentati a prezzi esosissimi e per di più è gestita dai privati stessi. L’effetto della rigenerazione è quindi inevitabilmente l’espulsione delle fasce più deboli, gentrificazione. Inoltre, indipendentemente dalla qualità dei singoli progetti, i parchi e giardini generati dagli oneri di urbanizzazione delle grandi operazioni immobiliari sono meno fruibili dei parchi pubblici: più costosi da gestire, più sorvegliati, più mercificati, sono per lo più al servizio degli abitanti delle case di lusso.

Le alternative esistono: a Berlino, dove pure da decenni Real Estate e finanziarizzazione immobiliare hanno innalzato enormemente i valori immobiliari, il Comune riacquisisce al patrimonio pubblico case e terreni, e dopo un referendum ha aperto l’enorme area dell’ex aeroporto Tempelhof come parco pubblico senza alcuna operazione immobiliare. A Barcellona, ad Amsterdam, a Parigi, nelle città canadesi e persino in alcune statunitensi, si approvano strumenti di legge per la regolamentazione degli affitti brevi e lunghi, e si trasformano edifici vuoti in appartamenti per le fasce deboli della popolazione.

È proprio in un momento come questo, in cui si decidono le linee guida per l’incerta “ripresa” dalla crisi Covid e si allocano i soldi del PNRR che peseranno sul debito per generazioni, che è più cruciale fare pressione per cambiare le politiche per le città, e, quindi per le periferie. È una questione di soldi e, naturalmente, di ideologia – e della retorica che l’offusca. Servono miliardi per la manutenzione ordinaria, prima che per opere straordinarie ed eventi. E questo piano di manutenzione di case, edifici e spazi comuni deve partire dai territori marginali, e non dal centro; dal patrimonio pubblico, e non da quello privato; deve essere durevole e capillare, e per farlo deve essere messo in atto da una rete di lavoratori pubblici ampia e qualificata – cioè non mortificata dalla precarietà. L’efficienza dei servizi pubblici e del welfare deve essere garantita da finanziamenti pubblici e dal pubblico controllo dell’interesse generale, cioè il contrario della politica della delega al semi-mercato dell’imprenditoria sociale e culturale. E quanto alla cultura, è necessario invertire la logica della subordinazione al totem dell’attrattività, e farla rifiorire attraverso il sostegno pubblico diretto a musei, archivi, monumenti e spazi di ricerca pubblici, togliendolo al circo delle fondazioni e degli eventi turistici e dei “grandi attrattori” che riproducono, anzi espandono all’ennesima potenza, l’abisso tra centro e periferia.

Esattamente il contrario di quanto sta succedendo, al netto delle retoriche green e social friendly.

Lucia Tozzi

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