Editoriali / L’inesauribile lotta per lo spazio pubblico

Lucia Tozzi

Perché, sempre più spesso, i cittadini si oppongono alla riqualificazione dello spazio pubblico?

Com’è possibile, ci si chiede, che i residenti di Barcellona, Roma, Milano, Berlino, Parigi, Firenze, si sollevino non più solo contro progetti di speculazione, grattacieli, deforestazioni, infrastrutture invadenti, ma anche, sempre più spesso, a miti progetti di pedonalizzazione, abbellimento, persino a interventi temporanei con qualche pianta, qualche coloratura spray sull’asfalto e qualche attrezzo ludico per bambini o per giovani?

La risposta istintiva è classificarli come NIMBY (Not In My BackYard), arcigni moralisti, reazionari sostenitori del decoro, oppure ottusi difensori dei posti auto. Ma, come spesso succede alle soluzioni troppo semplici, è sbagliata.

Cioè, sicuramente alcune di queste categorie saranno sempre presenti tra gli attori in campo, ma non sono mai le sole. La composizione del fronte degli oppositori a un progetto urbano è un infinito labirinto di sfumature e complessità, che vale ogni volta la pena di percorrere fino allo sfinimento. E che invece, non solo sui giornali, si cerca sempre di appiattire per acquisire un vantaggio dialettico.

Tutti contro tutti

Quando si parla di strade, luoghi, parchi, piazze mi piace parlare di spazio pubblico, e non di comune, perché trovo fondamentale sottolineare la sua dimensione conflittuale. Lo spazio pubblico è per definizione di tutti, e proprio per questo non è di nessuno: e questo “di nessuno” va difeso con le unghie e con i denti. Finché la quantità di persone, mezzi di trasporto e cose che lo attraversa e lo occupa è consistente ma non eccessiva, si crea più o meno spontaneamente un equilibrio, ed è il suo bello. È un luogo di incontro, è lo spazio che corrisponde di più all’ideale tollerante, accogliente, del comune. Ma appena diventa troppo vuoto, desolato, o troppo pieno, c’è sempre qualcuno che tenta di appropriarsene, di imporre una propria legge, tanto nell’uso immediato che nei processi di trasformazione strutturale. E per contrastare questa appropriazione è necessaria la dimensione pubblica. Ci sono quelli che tentano di farne il proprio spazio commerciale: e, astraendosi dalla dimensione più o meno legale del business, non c’è molta differenza tra i baristi o ristoratori che lo invadono con tavolini e dehors e gli attori illegali come i parcheggiatori abusivi o gli spacciatori, anzi spesso cooperano attivamente tra loro. Ci sono quelli che cercano di imporre la propria postura comportamentale, sentendosi infastiditi da quella altrui: i classici benpensanti che schifano gli irregolari e chiamano la polizia, i giovani che si sentono fuori posto se arrivano i matusa e tentano di allontanarli alzando il volume, le famiglie che tirano pallonate sulle coppiette, i residenti che pestano i piedi sandalati dei turisti, ciclisti e pedoni che si insultano per le reciproche invasioni di campo. E poi c’è la contesa estetica, writers contro amanti delle fioriere, compulsivi dell’ordine contro alternativi alla berlinese, innovatori contro conservatori, ognuno impegnato a cancellare la pace dello sguardo altrui.

Queste, insieme a molte altre manifestazioni legate al vivere e al progettare lo spazio pubblico, sono tutte pratiche di esclusione, ma quasi nessuno è disposto a riconoscerle come tali nel momento in cui le esercita. Nonostante il successo crescente di un combattivo filone saggistico – dai tomi di Mike Davis sulla downtown di Los Angeles allo sfolgorante La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski, che descrive la matrice classista e aggressiva del “decoro” urbano – gli stuoli di “amici dei parchi” e “community gardeners”, le squadre di affluenti pulitori che si ritrovano la domenica nella piazzetta a lavare muri continuano a sentirsi dei benefattori, dei difensori del diritto dei bambini (i loro), dei portatori di civiltà, bellezza e, non ultimo, anche di valorizzazione immobiliare.

Perché, ed è incredibile, non solo nelle frange più reazionarie, ma anche nella cultura che si definisce progressista la gentrification non è ancora un tabù. Ci si può battere fino allo sfinimento contro le discriminazioni di razza e genere, ma si ritiene legittimo fare lievitare i prezzi delle case in un quartiere popolare, espellendone gli abitanti meno abbienti. Ed è per blandire il senso comune di questo blocco sociale trasversale, per cercare la loro approvazione e i loro voti che amministratori e governanti commissionano a designer compiacenti le sadiche panchine con divisori e altri elementi di arredo urbano ostile, pensati per impedire ai clochard di stendersi, ai turisti di stravaccarsi, ai giovani di fare baldoria, di “inquinare la vista, l’udito, l’olfatto e la buona pace della gente per bene”.

Fotogramma dalla serie “The Deuce”

L’eccesso di cura è una forma di segregazione

Ma se è facile riconoscere il linguaggio ostile del filo spinato, delle telecamere di sorveglianza e delle sedute scomode, è molto più complesso cogliere le sfumature discriminatorie di altre posture progettuali, di altre ideologie apparentemente improntate all’“inclusività”. Dentro e fuori l’accademia è molto diffusa, per esempio, l’idea che progettare in funzione delle esigenze dei soggetti deboli (bambini, anziani, diversamente abili) sia la soluzione ideale per ottenere uno spazio inclusivo. «Il bambino urbano è l’anello debole delle attuali organizzazioni sociali, con forme diverse di disagio ed emarginazione. Assumendolo come indicatore della qualità urbana, scegliendo le sue esigenze e bisogni quali parametri si può giungere ad una concreta promozione dello sviluppo sostenibile. Le città progettate per e con i bambini sono migliori per tutti, costituiscono un arricchimento per tutta la società», è il mantra ricorrente di infinite linee guida per la pianificazione urbana, quanto meno dalla conferenza Habitat II delle Nazioni unite in poi. È davvero così?

Come accade per gli atti linguistici, il passaggio da securitario a rassicurante non cambia la sostanza dell’esclusione: certo, progettare degli attraversamenti sicuri non porta svantaggi a nessuno se non agli automobilisti più arroganti, aumentare l’estensione e il numero dei parchi giochi teoricamente non può fare che bene – anche se l’ipertrofica presenza di playground a Berlino costringe molti genitori a mappare percorsi contorti per evitarli, quando hanno bisogno di muoversi velocemente. La sicurezza dei bambini però comporta anche la proliferazione di cancelli e guardie intorno ai parchi, l’allontanamento di sporchi, ubriachi, fumatori, skaters, riders con le loro box, giovani “in atteggiamenti scomposti”, individui sospetti, sex workers, cani grossi, almeno nell’iperprotettiva società italiana. Il che pone una questione fondamentale: siamo sicuri che l’anello più debole siano i bambini? Dove trovano spazio gli irregolari, i gruppi di ragazzini, le coppie, in questa ideale città mite dove ogni angolo è iperilluminato, esposto allo sguardo come in un panopticon, dove non esistono più i bagni pubblici?

La denegazione libertaria

E d’altro canto, prendendo alla lettera le istanze antisecuritarie di chi lotta contro il controllo poliziesco, la regolazione dello spazio pubblico, la burocrazia: come non riconoscere che a loro volta si tratta di istanze che escludono? Nonostante l’indiscutibile fascino (per alcuni di noi) della toughness di quartieri malfamati romanticizzati da mitologie letterarie, musicali e cinematografiche, o della vitalità dei luoghi di movida, è indubbio che nei primi i soggetti fragili – in questo caso le donne rientrano a pieno nella categoria – sono esposti a più alti livelli di rischio e sono meno liberi di circolare impunemente, mentre negli altri la nightlife rende impossibile la vita ai residenti. «Può sembrare che ci lamentiamo per un po’ di musica ad alto volume, ma la cosa va oltre. Qui siamo prigionieri in casa nostra, ci sono persone costrette a vendere gli appartamenti e andare via da case che abitano da cinquant’anni» raccontano gli abitanti di Borgo Coroglio a Bagnoli, diventato in poco tempo un night district, a Riccardo Rosa (Napoli Monitor, 2017). Malavitosi e freak da un lato, consumatori urlanti dall’altro, non fanno altro che appropriarsi del territorio in maniera speculare ai fautori del securitarismo: trovarsi appiedati in un quartiere sbagliato di Los Angeles all’ora sbagliata rende perfettamente l’idea del potere intimidatorio dei marginali. Ma si fa più fatica a riconoscerlo “da sinistra”, perché il luogo comune attribuisce l’esigenza di pulizia e ordine al solo ceto dominante. È vero il contrario: gli abitanti dei quartieri popolari desiderano ordine e tranquillità quanto e più degli altri, detestano le tag sulle proprie facciate e il rumore notturno. Una contraddizione che viene elusa etichettando il desiderio di sicurezza e il desiderio orientato al consumo come falsi desideri, desideri indotti, condizionati.

Come se ci fosse qualcosa di più snob, e al tempo stesso kitsch, del gusto per l’underground, di più reazionario della mitologia hip hop (Mark Fisher docet), del fatiscente pittoresco, dell’idealizzazione comunitaria: non sono gusti popolari, ma prodotti di una cultura oramai anche profondamente mercificata. Ogni volta che la Biennale di Venezia o qualche istituzione del filantrocapitalismo assegna premi per l’ideale comunitario degli occupanti della Torre David a Caracas o la resilienza delle favelas brasiliane, sarebbe utile rimuovere uno a uno gli strati di falsa coscienza e opportunismo che hanno portato a trasformare la critica alla disuguaglianza in moralismo, e delle crudeli strategie di sopravvivenza in un improbabile modello di cui andare orgogliosi.

Come è possibile rimuovere una consapevolezza così banale? Lo strumento principale a servizio di questa denegazione è una teoria edulcorata e stucchevole del desiderio, che lo rappresenta come un impeto di gioiosa vitalità, un puro dispositivo di generosità. A patto di non imbrigliarlo, IL desiderio, forza intrinsecamente relazionale, spingerà le persone a incontrarsi, riconoscersi, condividere spazi e pensiero in perfetta armonia. Chi non è pervaso da questo genere di desiderio, quindi, non ha desiderio, è un represso, un morto vivente. O, delle due l’una, un fascista.

«Ogni desiderio, piuttosto, è un disordine […] il vero luogo del pericolo dove le peggiori atrocità sono commesse: vero mattatoio dove si rischia di trovarsi alla fine consumati, prosciugati, reciprocamente indifferenti […] Il luogo dove si rischia di soffrire, dove le persone e il significato che assumono nella nostra vita non sono equivalenti né intercambiabili» sono alcune delle definizioni che compaiono in  Ripartire dal desiderio di Elisa Cuter, un’arma affilatissima contro la cultura della cura e i femminismi più moralisti e prescrittivi. Anche se il libro di Cuter è un inno all’uso sociale e politico del desiderio, al tempo stesso è uno dei pochissimi testi appartenenti a questo “partito” critico che non ne mistifica la violenza, che mostra apertamente l’asimmetria e le contraddizioni che genera e da cui è generato. I tavoli da ping pong e i murales edificanti, prodotti per eccellenza del cosiddetto tactical urbanism e del marketing urbano, non trovano spazio nel wild side di Cuter, e di sicuro i desideranti che lo abitano non rivendicano alcuna innocenza edenica riguardo ai danni che procurano in giro.

Corvetto, Milano, il mercato comunale di Piazza Ferrara

La lotta di classe e la distribuzione della colpa

La contesa dello spazio pubblico, l’analisi critica radicale delle appropriazioni incrociate è quindi un’efficace cartina di tornasole per rivelare i vizi di una lettura sclerotizzata, irrigidita dal postmoderno. Una delle preoccupazioni più ossessive di questa postura è appunto la rivendicazione dell’innocenza di classe, o meglio la liberazione da ogni senso di colpa per le masse escluse dai poteri decisionali – estesa a chi, pur avendo accesso a porzioni più significative di potere e privilegio, si autoproclama difensore dei senza-potere.

Ricapitolando, in questo schema la richiesta di protezione è sempre e comunque un esercizio del potere di classe, o l’espressione di un desiderio manipolato o di volgare fascismo, che si traduce immancabilmente nell’ingiusta criminalizzazione di migranti, freak, homeless, popolo della notte, turisti-massa. Destituendo di ogni dignità e credibilità il desiderio di ordine e sicurezza e idealizzando la dimensione vitalistica e carnascialesca di chi occupa lo spazio pubblico attraverso suoni, colori, deiezioni, commerci informali, provocazioni – pure manifestazioni della gioia di vivere, aggressive solo nei confronti dell’oppressore e mai degli oppressi – si ottiene l’importante risultato di neutralizzare la retorica tossica dell’austerità, del moralismo classista, che storicamente colpevolizza poveri e marginali per la condizione in cui versano e impone loro un regime di rinuncia. Ma al tempo stesso si neutralizza la possibilità stessa della critica al consumo, al desiderio alienato, alla complicità con i processi di estrazione messi in atto dal capitalismo.  

Se, com’è sacrosanto, demistifico la retorica di chi produce decreti contro l’indecenza dei turisti che “bivaccano” nelle città d’arte, non posso però non sottoporre a critica quella forma insulsa e opprimente di consumo delle città.

E invece la legge “radical” ritiene legittimo criticare la piattaforma e i grandi speculatori di airbnb, ma i singoli che affittano una casa o i turisti che alimentano il mercato non hanno responsabilità alcuna. Va bene insultare Ryanair, ma i suoi utenti devono essere sollevati dal più leggero senso di colpa, e anzi le low cost sono uno strumento di democrazia (consumo a prezzo basso) che deve essere difeso, pazienza per i lavoratori e i territori devastati. Se i Navigli o Campo dei Fiori si trasformano in un inferno ogni notte è a causa dei night district, mentre i movidari e i proprietari dei bar sono solo capri espiatori, guai a sanzionarli. 

Insomma, in questa prospettiva la lotta al capitalismo è sì importante, però l’assoluzione individuale è prioritaria. Le persone hanno il diritto di sentirsi integerrime, non devono vivere con il peso di una pur minima contraddizione, bisogna sgravarle di ogni responsabilità.

Intendiamoci: che la trasformazione della città e dei suoi spazi pubblici sia sempre più plasmata e pianificata da poteri globali quasi invincibili è la pura verità. La letteratura critica contro il decoro descrive in modo straordinariamente efficace i legami sempre più stretti tra politiche repressive di criminalizzazione dei poveri e degli irregolari, privatizzazione del welfare e di tutto ciò che è pubblico, e finanza immobiliare. Un ciclo storico che generalmente viene associato allo sviluppo dell’era neoliberista. A partire dagli anni Ottanta si è consolidata la necessità di spostare l’attenzione della gente dalla fonte dei problemi sociali (disoccupazione e taglio del welfare, per esempio) verso altri fenomeni, più o meno materiali (migranti, quartieri problematici, finestre rotte, scarso senso civico). Si tratta di una forma di manipolazione strategica per il capitale finanziario e per la rete sempre più fitta di fondazioni filantropiche e think tank che lo sostiene. Una propaganda finalizzata a espandere capillarmente le proprie capacità di estrarre ricchezza dalle risorse sociali, dai legami materiali tra le persone, dai servizi. Grazie a queste analisi illuminanti è possibile riconoscere e smontare facilmente tutte le retoriche che accompagnano operazioni come la gestione privatizzata di parchi, monumenti, istituzioni culturali, eventi pubblici, o decodificare per esempio quei ripugnanti processi di “rigenerazione urbana” che uniscono finta partecipazione e uso turistico-propagandistico della street art – generalmente nella forma di ritratti giganteschi e iperrealistici di grandi icone popolari come Totò alla Sanità di Napoli, o grandi vittime inopinatamente affiancate come Tobagi, Dalla Chiesa e Ambrosoli all’Ortica di Milano. Tutte operazioni di marketing urbano, cioè di un sistema fondato sulla cattura e l’addomesticazione dell’esistente: bello e brutto, alto e basso, lusso e underground, ogni luogo della città deve essere depotenziato e mercificato.

Con una velocità mai osservata prima, flussi di denaro convogliano flussi di persone in piazze e quartieri e città che ne vengono travolti.

L’intelligenza del “Non fare”

E qui torniamo alla domanda iniziale: perché gli abitanti di aree in via di gentrificazione rifiutano interventi di abbellimento, pedonalizzazione, urbanistica tattica che ragionevolmente dovrebbero rendere la vita intorno a loro più piacevole? Perché sanno che renderanno più piacevole la vita di qualcun altro, mentre loro saranno costretti prima a subire e poi a sloggiare. La rigenerazione è nella gran parte dei casi spossessamento, ed è ormai chiaro ai meno facoltosi che uno spazio pubblico degradato – ma non troppo – e un po’ di auto mal posteggiate sono spesso la migliore difesa di cui possono disporre. Un certo grado di brutalismo, o di scomodità, di inestetismo, è l’unico modo di tenere lontana la pressione commerciale, le folle di consumatori dello spazio pubblico e l’alterazione dei valori immobiliari convocati dai processi di gentrification. A volte non fare nulla è un progetto molto più intelligente e lungimirante del fare a tutti i costi, come hanno dimostrato Lacaton e Vassal – vincitori del Pritker Price 2021 – quando gli hanno commissionato il restyling di una piazza a Bordeaux: «La piazza non aveva bisogno di nessun abbellimento, era già bella. Ma dovevamo argomentare questa affermazione. E allora abbiamo lavorato per 4 mesi – siamo andati molte volte nella piazza, abbiamo parlato con le persone, e abbiamo osservato come la vivevano. E alla fine questa era la nostra risposta: non c’è niente da fare, solo un po’ di manutenzione» (Da Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal, Freedom of Use, Sternberg Press, 2015).

Se è vero che l’azione o l’astensione di un singolo individuo non ha la minima influenza su processi urbani così violenti, l’esercizio collettivo della critica e il boicottaggio esercitato da un buon numero di persone hanno invece effetti potenti sulla gentrificazione. Nell’era dell’attrattività, della reputation e della competizione tra luoghi, il potere del rifiuto, della demistificazione, è molto rilevante. Ed è per questo che l’importanza del controllo sulla comunicazione è cresciuto a dismisura. La propaganda è il primo ostacolo da abbattere. Il secondo è l’ansia di essere innocenti, puri, mondi dalla contraddizione, ed è meglio sbarazzarsene in fretta se si vuole realmente interrompere il ciclo continuo di appropriazione ed esclusione nello spazio pubblico.

Un pensiero riguardo “Editoriali / L’inesauribile lotta per lo spazio pubblico

  1. Le sollecitazioni che l’articolo accende, sono molte. Mi atterrò al solo spazio urbano cosiddetto “pedonale” e in particolare a quello dei centri storici. Se è evidente che la troppa cura di uno spazio centrale di un centro storico, come può essere una piazza, può certamente essere vista come uno snaturamento di uno spazio urbano deprivato della sua originaria funzione (per esempio lo spostamento di un mercato, o l’eccessivo “abbellimento” attraverso l’arredo urbano), è pur vero che sono spesso le piazze, le vie e i vicoli dei centro storici ad essere stati snaturati dal traffico automobilistico che certamente non esisteva nel momento del concepimento di una piazza o di un giardino. Potremmo dire che la cosiddetta riqualificazione di uno spazio urbano, è spesso in realtà, un tentativo di riportare alle origini i luoghi e le loro funzioni. Certo questo processo non sempre è governato ed indirizzato dalla speculazione e dal lucro. È però altresì evidente che quando i progetti per limitare la mobilità automobilistica privata, riescono a “restituire” uno spazio all’uso per cui era nato, come nel caso di un sagrato sottratto al posteggio o un vicolo liberato dai gas di scarico, l’operazione può dirsi riuscita. Mi verrebbe da dire un processo di “dialettica urbana” dove ad una tesi si contrappone un’antitesi e da queste scaturisce una si tesi…

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