Cartolina / La Zattera

È una domenica mattina, a tratti piove, a tratti il cielo si illumina.

Appuntamento di fronte alla Stazione Prenestina per poi muoverci tra gli spazi del Borghetto Prenestino, su cui si posa una memoria sfumata, fatta di baracche, migrazione, canti popolari quella «nazione / nel ventre della nazione» di cui Pasolini racconta nelle Ceneri di Gramsci (1957). Ed è proprio a metà del secolo scorso – mentre il poeta si addentra per la prima volta nei vicoli della Roma «tutto vizio e sole, croste e luce» – che risale il periodo di massima espansione del borghetto. Ci siamo mossi il 31 gennaio con Stalker-Osservatorio Nomade, collettivo romano fondato da artisti e architetti che dal 1995, organizzando passeggiate e attività di “riappropriazione”, si occupa di (ri)scoprire territori abbandonati o assorbiti dalla metropoli. E riappropriarsi di un luogo è possibile solo percorrendone la storia, quella più sotterranea, che scorre nei solchi maledetti della miseria in cui resta tutt’oggi intrappolata.

Siamo dentro al progetto “LA ZATTERA. Alla deriva tra storie e immaginari della città invisibile (Roma 1870-2020)” che si pone come obiettivo quello di raccogliere le memorie di una “Roma altra”, collocata al confine dei processi capitalistico-industriali di frantumazione culturale e che in questi ultimi 150 anni ha vissuto una storia diversa.

Quella del Borghetto Prenestino è una vicenda che inizia nel 1928, con gli sventramenti del centro, per poi proseguire fino agli anni Ottanta, quando viene definitivamente demolito. Qui hanno abitato famiglie romane, calabresi, abruzzesi e di altre regioni d’Italia. Nota la testimonianza di Ninetto Davoli che dalla Calabria si sposta a Roma a soli tre anni stabilendosi proprio qui, nel Borghetto Prenestino.

Il percorso che attraversiamo è fatto di slarghi fangosi costellati di immondizia, erba alta, pavimenti di cemento che accolsero quelle baracche, la piccola chiesa di Sant’Agapito, in cui si dipanò una storia di solidarietà attiva per i migranti che a lungo vissero nella povertà di questi luoghi desolati. Ascoltiamo le suggestive canzoni popolari attraverso cui gli emarginati della capitale raccontavano di sé, nutrendosi dell’unica fonte di vitalità concessa loro: la voce. Ci soffermiamo sul significato di collettività, di memoria orale, attingendo inevitabilmente agli ormai celebri lavori di Alessandro Portelli.

La passeggiata prosegue fino a metà mattinata, lasciando dietro di sé il vuoto incolmabile della parola vedova dell’azione. Lo sguardo sulla periferia, filtrato dall’effetto del passato che distanzia e mitizza, tende spesso a sconnettersi dalla realtà, rapito da una narrazione romantica ed edulcorata della borgata, luogo che assurge a modello estetico, esotico quasi. L’obiettivo politico rischia di sfumare nel patetismo e la narrazione storica di ridursi ad aneddoto sentimentale.

Questi ultimi 150 anni di cui cerchiamo di ritracciare la storia culminano in un presente che immagina nuove forme di periferia spesso solo superficialmente rivitalizzate da murales, parchi e piste ciclabili, ma quasi sempre abbandonate a una profonda solitudine e ultimamente segnate dall’assenza di realtà collettive in grado di rappresentare concreti riferimenti di solidarietà per gli abitanti. L’azione inghiottita da una parola svuotata del suo senso politico restituisce la borgata all’elegia della contemplazione, o al vuoto lancinante della paura. La costruzione di una coscienza che invece miri alla realizzazione di possibili dimensioni di autogestione e condivisione risulterebbe, forse, il miglior modo di farci carico dell’eredità storica di quelle baracche, di quegli sventramenti, di quei canti popolari, di quelle sedi di partito.

«Assente / è da qui il popolo […] la via d’uscita / verso l’eterno non è quest’amore / voluto e prematuro. Nel restare / dentro l’inferno con marmorea / volontà di capirlo, è da cercare / la salvezza. […]». Le terzine pasoliniane, datate 1953, criticavano «il puro capriccio, / arioso [..]» di Picasso che, nel rappresentare sull’enorme tela de “La pace” (1932) un popolo luminoso, un «idillio di bianchi uranghi», commise l’errore di entrare nell’inferno informe della plebe per poi risalirne, restituendone quindi un’immagine corrotta da uno sguardo tornato altero e disinteressato.

Maria Mattei

Un pensiero riguardo “Cartolina / La Zattera

  1. Si potrebbe dire che è proprio con Pasolini che la “categoria” urbana e spirituale della periferia, ha acquisito una dignità; una tragica dignità, ma pur sempre una dignità…

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