Editoriali / Milano, la città del greenwashing

Il 28 gennaio 2021 Manfredi Catella, CEO della società immobiliare COIMA, ha annunciato il progetto vincitore del concorso per l’ultimo pezzo del quartiere Porta Nuova – quello dei grattacieli Unicredit, Bosco Verticale, Solaria e Diamante intorno al parco Biblioteca degli alberi, il simbolo della cosiddetta rinascita urbana. Ha vinto Stefano Boeri assieme a Diller Scofidio+Renfro, lo studio newyorkese famoso per la Highline, con un progetto che rigenera il già imponente Pirellino, fino a qualche anno sede di uffici comunali, affiancandogli una seconda torre di case di lusso in stile Bosco Verticale, battezzata Botanica.

Potrebbe sembrare una notizia banale, oltre che poco sorprendente. In fondo non si tratta che dell’ennesimo intervento di speculazione portato avanti dagli stessi attori fissi sulla scena da almeno 10 anni: Catella e Boeri, Boeri e Catella, in mezzo a palazzi fronzuti, con qualche servile comparsata del sindaco Sala e dell’assessore alll’urbanistica Maran sullo sfondo. Nella narrazione del famoso Modello Milano, avanguardia progressista di un’Italia arretrata, città globale e smart, ma soprattutto green, i due eroi sono loro, l’immobiliarista erede di Ligresti ma molto molto più cool e internazionale e la neoarchistar approdata alla presidenza della Triennale, che ha trasformato un museo pubblico in una specie di agenzia di comunicazione urbanistica.

Ma è proprio questa continuità, nel bel mezzo della crisi peggiore che il mondo globalizzato e Milano in particolare abbia dovuto affrontare negli ultimi decenni, e a pochi mesi dalle elezioni comunali, a essere profondamente inquietante. Da più di un anno si moltiplicano voci, studi e articoli sull’insostenibilità del Modello: sui media più radical alla stampa internazionale l’immagine patinata di città sana e ricca, ossessivamente reiterata, ha cominciato a incrinarsi e sono emerse le profonde disuguaglianze e i divari territoriali prodotti nel resto d’Italia da questo successo alimentato in gran parte da soldi pubblici, ma fondato su una pesante concentrazione della ricchezza. Le pittoresche descrizioni di cittadini sani e felici sono state sostituite da racconti angosciati di un ceto medio che fatica quanto e più che altrove a mantenere un’abitazione, a causa dello spread tra le retribuzioni medie in picchiata e i valori immobiliari crescenti, e di una quota troppo alta di abitanti a bassissimo reddito, una situazione resa ancora più grave dalla pessima qualità dell’aria e poi dal picco costante di malati Covid.

L’opinione pubblica ha cominciato poco a poco a rendersi conto che un modello di sviluppo fondato sulla continua sostituzione di quartieri popolari e vuoti urbani con case e uffici di lusso più o meno immersi nel verde non costituisce un traguardo luminoso ma un sistema da demolire, come d’altronde testimoniano per New York e Londra due libri straordinari come Capital City di Samuel Stein e Alpha City di Rowland Atkinson.

Eppure un anno di lockdown, zone rosse e morti di Covid, di uffici vuoti e migliaia di appartamenti airbnb sfitti, non ha cambiato di una virgola lo scenario politico e le prospettive urbanistiche ed elettorali che vengono offerte ai milanesi e all’Italia tutta, che già si vede costretta ad allocare larghe fette del Recovery Fund alla Milano dei Giochi Olimpici 2026, della fittizia transizione ecologica e dell’eterno dominio del Real Estate fianziarizzato.

Sala ha ricominciato, come se niente fosse, la sua propaganda a base di greenwashing e rigenerazione, e questa nuova Torre Botanica ne è la consacrazione e l’emblema. Subito ribattezzata Orto Verticale o Torre Sandwich, questo poco originale edificio dovrà inaugurare secondo le previsioni proprio nel 2026, in contemporanea allo Scalo di Porta Romana, sede del Villaggio Olimpico e nuovo grande polo delle operazioni immobiliari di Catella-Coima, onde consacrarne il trionfo nella prossima occasione in cui l’attenzione mediatica sarà di nuovo polarizzata su Milano, come fu con l’EXPO. Afflitti dal 2010 – anno in cui Boeri, insieme a Petrini e a quattro firme del calibro di Herzog &DeMeuron, Ricky Burdett, William McDonough e Joan Busquets, lanciò il rendering ingannevole di un sito EXPO tutto orti a cubatura zero che naturalmente non aveva nessuna chance di essere realizzato, ma che servì come specchietto delle allodole per presentare al BIE uno straccio di progetto da mostrare al pubblico – pare che almeno fino al 2026 non ci libereremo di questa retorica tossica che maschera con pattern di foglie e legno un’economia predatoria e devastante sul piano ambientale, che invoca la resilienza mentre consuma le risorse appartenenti alla collettività.

«Questo progetto dovrà rappresentare un paradigma per la rigenerazione urbana nel post Covid e un simbolo per la ripartenza della stessa Milano dopo un periodo così difficile» dice Catella, elencando i soliti dati trionfali: quante tonnellate di CO2 saranno assorbite, quanti metri cubi di legno utilizzati, quanti pannelli fotovoltaici impiegati, quanti miliardi investiti. «Questo progetto rilancia nel mondo la visione di una Milano che scommette sul futuro e affronta con coraggio le grandi sfide della crisi climatica» rincara Boeri, allineandosi al titolo dell’ultimo libro di Sala (Lettere dalle città del futuro) e agli ultimi spot di Milano Mix, la campagna di promozione del Comune sulla transizione ambientale dove Sviluppo e Ambiente, Risorse e Rifiuti, Natura e Tecnologia si mixano allegramente.

Ma se questi attori non potrebbero, neanche volendo, giocare un ruolo diverso da questo, la composizione del pubblico non è più la stessa di cinque anni fa. Migliaia di cittadini e attivisti hanno nel frattempo formato comitati per ribellarsi alla violenza che progetti come il nuovo stadio San Siro, il trasferimento delle facoltà di Città studi a Rho nelle aree ex-EXPO, la privatizzazione degli ex-Scali ferroviari, la distruzione delle aree verdi al Parco Nord, al Parco Bassini, a Piazza d’Armi, al Parco del Ticinello, riversano sul territorio e sulle persone. E masse sempre più ingenti di persone respinte ai margini di questa città sempre più diseguale percepiscono con grande nettezza l’inconsistenza delle politiche di “coesione sociale”, “innovazione culturale” e “partecipazione” perpetrate da questa giunta.

Il destino politico di queste élite che continuano a puntare su una manipolazione mediatica così mediocre non è scontato. A furia di ribadire che non c’è un’alternativa e che loro, in ogni caso, incarnano il meno peggio, hanno alzato troppo la posta. Il rischio del fallimento è dietro l’angolo.

Lucia Tozzi

5 pensieri riguardo “Editoriali / Milano, la città del greenwashing

  1. Il problema, naturalmente, non si ferma al grattacielo piacevole ma inutile in un’area anch’essa piacevole ma che lascia qualche dubbio sull’idea di città. Il problema è la giustizia sociale. È sempre la giustizia sociale verrebbe da dire. Per chi sono i boschi o gli orti verticali? Per quali abitanti? Per i calciatori e gli influencer milionari che possono permettersi anche di avere abitudini ecologiche, per gli altri c’è il monolocale in viale Certosa con il riscaldamento super inquinante… Finché un progetto urbanistico non includerà uno scopo di giustizia sociale sarà sempre e solo un decoro e non una operazione di trasformazione del territorio perché per trasformarlo davvero occorre trasformarne i paradigmi a cominciare da quello dello sfruttamento.

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  2. Articolo retorico e patetico, la sagra del luogo comune, delle banalità condite con l’invidia.
    Commento a seguire all’altezza dell’articolo, ricerca utopistica dell’uguaglianza che non è mai esistita, non può esistere, e non potrà mai esistere, ma qualcuno si illude o vuole illudere per prendersi gli applausi del popolino invidioso e rancoroso.
    Ridicoli e aridi.

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  3. Gentile Alessandro, è naturale che si possano avere opinioni diverse sulle questioni, ma dialettica vorrebbe che per esprimere un parere diverso, si sia anche in grado di argomentarlo, e nel Suo commento, mi scusi se mi permetto, di argomentazioni né vedo pochine…

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  4. E che dire della infestazione di inutili e dannose piste ciclabili, venduteci come l’unica demagogica e falsa soluzione al riscaldamento globale, e dei relativi bonus per biciclette e monopattini a spese dei cittadini?

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    1. Le piste ciclabili esistono nei paesi più progredii come normale via di comunicazione. E’ noto che una città come Stoccolma ha praticamente bandito l’uso dell’auto in molte parti della città.

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