Cartoline / Filadelfia, 6 novembre 2020

Lara Demori

Cara Alfaville,

pensavo di essermi abituata alla polizia che si aggira sospettosa tra le vie del centro.

Li vedevo la scorsa estate, durante il periodo delle manifestazioni al suono di Black Lives Matter, in panciolle e calzoni corti mangiare hot dogs appollaiati agli angoli delle strade. Erano ragazzotti dai visi tondi e le pance grasse. Provavo un misto di disgusto e tenerezza.

In quest’autunno caldo, dopo l’ennesima uccisione di un cittadino afro-americano, Walter Wallace Jr, nella zona ovest della città, e il conseguente infuocarsi delle polemiche e dei saccheggiamenti, hanno ricominciato, armati, con i pattugliamenti.

La violenza della polizia fascista è solo una delle conseguenze di questa realtà americana profondamente malata. Malata di capitalismo, egoismo, individualismo e political correctness. Una società in cui un curatore rinomato di un museo viene licenziato per aver detto, e cito, dont’worry, we will still continue to collect white artists, ma un presidente può inneggiare alla supremazia razziale indisturbato.

Negli ultimi giorni, Filadelfia, da città medio-grande completamente insignificante, è improvvisamente diventata il centro del mondo: in queste ore di attesa per chi governerà le sorti di un paese incattivito e spaccato – e indirettamente anche le politiche mondiali – l’assegnazione della Pennsylvania sarà probabilmente decisiva.

Con discorsi e tweets sopra le righe, il tycoon inneggia alla rivolta, chiede la sospensione del conteggio dei voti, chiama alle armi i suoi sostenitori in pieno stile dittatoriale fascista. Il partito Repubblicano per salvare la reputazione ed ergersi a baluardo di quella democrazia di cui l’America si è sempre fatta esportatrice – che questa esportazione forzata avesse poco o nulla di democratico poco importa – ha solo due strade percorribili: rinchiudere il presidente in un manicomio o farlo arrestare.

Se riuscisse a sfangarla – e noi esiliati europei in un paese in cui evidentemente l’abuso di psicofarmaci ha di molto abbassato la capacità intellettiva della sua popolazione ce lo auguriamo – sarà una magra, risicata e faticosa vittoria quella per Joe Biden; e quella dei Repubblicani, che conquistano molti più voti delle previsioni, non una vera sconfitta.

C’è chi si chiede se i brogli elettorali non siano tutti i voti inaspettati conquistati da Trump. Ma basta scendere per strada per capire che il trumpismo è una triste realtà e il teatrino a cui assistiamo in queste rocambolesche elezioni segna la fine del mito del “sogno americano” riconvertito in populismo da incubo.

Oggi sono andata al Convention Center, dove da martedì si spogliano le schede. Molti ragazzi giovani a suon di musica e balli chiedono il conteggio fino all’ultimo voto. Dall’altro lato della strada, separati da un cordone di poliziotti, i Trumpisti, seriosi, con lo sguardo perso nel vuoto sostengono la tesi del complotto. Li accomuna un profondo, sentito patriottismo. E poi ci sono loro, i celerini. Fanno la fila per prendersi i tacos da Chipotle, catena di fast food dozzinale di cibo simil-messicano, o mangiano hamburger al mercato coperto vicino. E allora mi viene in mente

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, 
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio 
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, 
e lo stato psicologico cui sono ridotti 
(per una quarantina di mille lire al mese): 
senza più sorriso, 
senza più amicizia col mondo, 
separati, 
esclusi (in una esclusione che non ha uguali); 
umiliati dalla perdita della qualità di uomini 
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Cara Alfaville, da Filadelfia per ora è tutto.

Lara

6 novembre 2020

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